AUSCHWITZ I AUSCHWITZ II BIRKENAU

REPORTAGE

AUSCHWITZ I AUSCHWITZ II BIRKENAU

I LUOGHI DELLA MEMORIA

Quando il film “La vita è bella” fu trasmesso in TV per la prima volta il 22 ottobre 2001, fu visto da 16.000.000 telespettatori. Tra i quali c’ero anch’io… Erano già trascorsi 4 anni da quando Benigni e Cerami scrissero quel capolavoro. Devo confessare, con vergogna, che fino ad allora conoscevo ben poco su Auschwitz.
 

22 ottobre 2001

Da quel 22 ottobre son dovuti trascorrere altri sei anni, tra studi e ricerche, per far maturare in me, lo spirito, la coscienza, l’educazione, per progettare un reportage sul più grande campo di sterminio nazista, dove migliaia di persone tra uomini, donne e bambini, deportate, furono annientate dalla follia nazista durante il periodo più buio che si ricordi a memoria d’uomo. 
27 gennaio 1945…l’armata Rossa entra ad Auschwitz è la fine di un incubo ma... 
 
1945-46                   Norimberga… processo ai grandi responsabili del nazismo con la loro condanna a morte (ma quelli con la pena alla detenzione furono graziati negli anni 50)
 
1961                         “Gerusalemme…processo contro Eichmann con la sua condanna a morte” 
 
1963                          “Francoforte, …17 condannati, 6 all’ergastolo. Si riconosceva finalmente che tante brave persone tedesche, tornate alle loro belle famigliole e al loro lavoro, panettieri (era panettiere il secondo direttore del campo, Joseph Bauer), guardiacaccia, medici, avvocati, contadini, erano state spietate SS che avevano torturato, gasato, ucciso milioni di persone, uomini, donne, vecchi, bambini ad Auschwitz- Birkenau, in Polonia, inferno dove avevano prestato servizio 8000 delle 600mila SS.
 
Purtroppo da quanto emerge non è difficile constatare che quanto accaduto ad Auschwitz fosse stato dimenticato, nascosto, negato, da una intera nazione, quella che ha commesso il crimine.  Per quasi un ventennio 45 - 63 la Germania, forse soddisfatta dalle sentenze di Norimberga, archivia per sempre quel capitolo mostruoso del 900, cancellandolo, come se nulla fosse mai accaduto.
 
Ora più di prima sono convinto di andare ad Auschwitz, consapevole  che sarebbe stato più educativo di leggere articoli, libri, didascalie, di vedere film e documentari, di assistere a dibattiti...basta, tutto quanto avevo appreso e avrei continuato ad apprendere non sarebbe stato sufficiente a darmi tutte le risposte che cercavo.
Si è scritto tanto, fatto processi,… ma la gente, le nuove generazioni continuano a non conoscere e a rimanere indifferenti a certi fatti. Taluni ridono e deridono quanto è accaduto. 
Per quanto mi riguarda, la storia di Auschwitz sarà narrata solo attraverso la fotografia, la luce, i colori, la nitidezza, l’amore... emozioni che si devono tramutare in testimonianze visive di una storia… dietro la storia. Un cammino silente sui luoghi di vita e di morte delle vittime trucidate dagli aguzzini nazisti.  Un percorso che possa consentire alla mente di chi guarda, di spaziare oltre il fatto, calandosi in un contesto “vivo”, rendendosi così partecipe con sentimenti e sensazioni, al ricordo delle figure, dei luoghi e degli oggetti. 
So benissimo che sarà difficile trovare il giusto equilibrio tra la storia, fattore dominante su Auschwitz e il racconto del luogo, che assolutamente dovrà assumere il ruolo “primario”. 
Per questo l’esclusiva ricerca della luce, del colore, della nitidezza, del dettaglio, sarà tale da coinvolgere la fantasia dell’osservatore in modo che la sua mente, il suo spirito, “ricostruisca e ricomponga” con quei frammenti di luce la storia, generando pensieri e sensazione in grado da rendere giustizia a tutti quei sogni scippati dai nazisti a donne, uomini e bambini e non farli morire di nuovo nella totale indifferenza. 

Cracovia 15 luglio 2008

Ore 14 circa sono appena atterrato. Ritiro l’auto e parto per Oswiecim, all’epoca dei fatti Auschwitz. Sessanta km mi dividono dal contatto diretto con il più grande campo di sterminio che si ricordi a memoria d’uomo. Qui nel 1941, i leader nazisti misero in pratica la “Soluzione Finale” l’uccisione sistematica e in massa dell’intera popolazione ebraica europea. 
Brutta giornata. Piove. Lungo il tragitto, a tratti compare la ferrovia. Facile immaginare il viaggio dei deportati “trasportati” nei campi di lavoro e di sterminio. Le autorità tedesche usarono il sistema ferroviario di tutto il continente per deportare i prigionieri dalle proprie case alle loro varie destinazioni. Delle ferrovie usarono sia treni merci che treni passeggeri per le deportazioni, durante le quali generalmente ai prigionieri non venivano distribuiti né cibo né acqua, nemmeno quando i vagoni dovevano sostare per giorni in prossimità dei raccordi ferroviari, in attesa che altri convogli transitassero. Ammassati all’interno di quei vagoni merci - chiusi ermeticamente - i prigionieri soffrivano per il sovraffollamento, per il caldo torrido d’estate e il freddo gelido durante l’inverno. Ad esclusione di un secchio, non c’erano altri sanitari e l’odore di escrementi e urina si aggiungeva così alle sofferenze e alle umiliazioni già patite dai deportati, molti dei quali morirono ancora prima di raggiungere le loro destinazioni per la mancanza di cibo e acqua. Guardie e poliziotti armati scortavano i trasporti con l’ordine di sparare a chiunque cercasse di scappare.

Museo Statale di Auschwitz

Sono arrivato, seguo le indicazioni per il Museo di Auschwitz, li ho appuntamento con il mio contatto. Parcheggio. Entro, ecco la mia guida. Marek, leggo il suo nome su un foglio. Marek come tutti gli altri operatori non sono semplici guide, bensì educatori. Hanno il dovere e il compito di portare avanti il ricordo e le parole dei sopravvissuti che sono sempre più anziani e un giorno spariranno. Loro devono continuare a tramandare quanto i sopravvissuti di Auschwitz hanno visto. La cosa che colpisce di queste guide, è che nonostante passino le loro giornate a raccontare questa atroce storia, riescono sempre a ripeterla con emotività... conducendoci nel viaggio dell'orrore. 
Da come parla, Marek è cristiano, cristiano cattolico, come me. Seguace di Giovanni Paolo II, come me.
I primi due giorni sono stati dedicati per concordare la presentazione del progetto al direttore del Museo, superare un test fotografico, svolgere tutte le lunghe procedure e ottenere le essenziali autorizzazioni per la realizzazione del reportage.  
Nel frattempo con Marek ho pianificato la mia permanenza ad Auschwitz e finalmente quando tutto è stato risolto abbiamo parlato anche di altro e quindi di cibo…sapevo bene che li scarseggia l’olio, quello buono e da bravo barese mi son portato, come sempre, una piccola scorta di bottiglia d’olio da 0,50 cl. Non lo nascondo ma alcune bottiglie, le ho fatte etichettare con l’immagine di San Nicola, ma questa è un’altra storia…
Mentre si parla, tiro fuori dallo zainetto una bottiglietta contenente il “prezioso” liquido. Sapevo di colpire, a Marek già gli brillano gli occhi…era fatta. Eravamo diventati amici. La maggior parte delle serate ero sempre a casa sua a cena. Ha una bellissima famiglia. Averlo incontrato è stato un colpo di fortuna, perché il mio amico Marek, oltre ad essere una delle guide ufficiali del Museo statale di Auschwitz, fa anche parte del comando addetto alla sorveglianza di Birkenau…
 
Il giorno 17 luglio avevo tutta la documentazione tra le mani, ufficialmente potevo tirar fuori l’attrezzatura fotografica e incollare sulla mia maglietta nera il pass (panstwowe muzeum Foto video) per muovermi e fotografare liberamente…Era arrivato il momento, Marek nota subito la mia emozione…i miei occhi erano lucidi, cercavo di trattenere le lacrime, ma non ci sono riuscito…ero li a pensare a quanto dolore e quanta morte quel terreno ha visto, così come gli alberi, il cielo sopra di me, l’aria che respiravo…
 

ARBEIT MACHT FREI

Entriamo, mancano pochissimi metri dall’attraversare quel maledetto cancello…sovrastato dalla tristemente famosa scritta “ARBEIT MACHT FREI” il lavoro rende liberi, la beffa dei nazisti. 
 
A proposito della scritta, mi piace riportare quanto letto durante le ricerche: “È rarissimo che accada, ma può accadere che, una semplice, povera, trascurata, indifesa lettera alfabetica può, con la sua sola presenza oggettiva e tangibile, rappresentare il miracolo assoluto: l’anelito alla libertà e restituire dignità all’uomo, quando tutto intorno è precipitato nella notte della follia e nell’abisso della morte. Quando tutto sembra perduto e intorno c’è soltanto il dannoso ghigno del potere e della forza bestiale, proprio allora da una semplice lettera alfabetica può scaturire la rivolta, la forza estrema della propria coscienza di Uomo. Questo è accaduto nel 1940, nel campo di sterminio polacco di Auschwitz, ad opera di un umile artigiano, un fabbro polacco, prigioniero come altri milioni in quell’inferno assoluto e totalizzante. Un capo tedesco del campo, Kurt Müller, chiede che venga immediatamente eseguito l’ordine imposto dal comandante Rudolf Höss, che venga realizzata, e innalzata all’ingresso del campo di sterminio, la targa in ferro battuto progettata dallo stesso Müller, con la scritta Arbeit macht frei, che i nazisti avevano ripreso, modificandola, da un passo del Vangelo di San Giovanni, Wahrheit macht frei, la verità rende liberi, e che a Höss ricorda i suoi anni di carcere durante il governo di Weimar. Ma Arbeit macht frei è anche il titolo di un romanzo del 1872 dell’etnologo e linguista Lorenz Diefenbach, che mai avrebbe immaginato il terribile uso che altri avrebbero fatto di quel titolo. Una scritta illusoria e beffarda per coloro che mai avrebbero visto la libertà, morendo a milioni in quei luoghi (“le tre parole della derisione sulla porta della schiavitù”, così scrisse Primo Levi ne La Tregua. Della realizzazione viene incaricato un prigioniero, il dissidente politico polacco Jan Liwacz, non ebreo, numero di matricola 1010 tatuato sull’avambraccio, che in un’altra vita faceva il fabbro, entrato nel campo di sterminio il 20 giugno 1940. È lui a dirigere la “Schlosserei”, l’officina interna al campo che fabbricava lampioni, inferriate, sbarre, cancelli. Ebbene al momento di saldare le lettere per comporre la parola Arbeit Liwacz ribalta la B in modo che l’occhiello piccolo risulti in basso rispetto al grande, anziché in alto come la grafica impone. È questo un gesto più piccolo di un granello di sabbia del deserto, ma che in quel contesto terribile e inumano assume all’improvviso la forza e la grandezza dell’urlo di Munch e insieme quello di milioni di vittime innocenti che si ribellano, unite nel gesto umile e semplice di un fabbro. Un grido di libertà con le armi benevoli della grafica, dell’alfabeto, delle lettere. Nella loro insulsa e bestiale brutalità razzista i nazisti non si accorsero mai che quella semplice B capovolta rappresentava la libertà, la dignità di una moltitudine di perseguitati, e insieme la rivolta simbolica contro la barbarie. Liwacz sopravvisse alla morte e reclamò, giustamente a liberazione avvenuta, la propria opera di ferro, ritornando al proprio villaggio Bystrzyca
Klodzka, e dove morirà ottantaduenne. Alla liberazione del campo il 27 gennaio 1945 ad opera dell’armata rossa, però, la scritta verrà caricata dai sovietici su un treno destinato all’Est. Ma un ex prigioniero del campo, Eugeniusz Nosal, intuendo l’alto valore simbolico della scritta, la scambiò con un soldato sovietico in cambio di una bottiglia di vodka. Sarà nascosta per anni nel municipio di Auschwitz e donata in seguito al Museo fondato sui resti del campo di sterminio
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(da n° 13 di ”Cantieri’ della casa editrice Biblohaus, scaricabile in PDF al seguente link
http://www.biblohaus.it/cantieri.php)

Giù la testa

Perdonatemi se di tanto in tanto aggiungo alla mia storytalling notizie, fatti, testimonianze…ma Auschwitz rappresenta anche il luogo dove si incontrano fotografi, scrittori, attori… che mettono in comune le loro esperienze.
Auschwitz rappresenta un tempo di riflessione su cosa sia la shoah, l’olocausto, il nazifascismo… fermarsi e pensare per avanzare, avanzare ogni giorno. Auschwitz è un luogo di incontro, un prototipo su come potrebbero diventare le aule di scuola in alcuni periodi dell’anno è un tentativo di creare eventi, situazioni da condividere.
 
Marek riceve una telefonata, deve allontanarsi…ci saremmo rincontrati tra un po’…onestamente era quello che desideravo…sapevo come muovermi e poi quando fotografo devo essere da solo, specialmente in queste circostanze…e Marek lo sapeva…
Lascio alle spalle il cancello…un veloce ma attento controllo agli scatti… il tempo di rialzare la testa e ti si propongono tante piccole casette, “i blocchi di Auschwitz”. A separare le costruzioni ci sono i viali tanti viali fastidiosamente ordinati. Tutti paralleli e perpendicolari. I viali dove i deportati pregavano perché le giornate finissero, perché l’alba non sorgesse. I viali dove la morte è stata invocata più volte…
Nel frattempo ha smesso di piovere, spunta tra le nuvole un rassicurante raggio di sole…sole e nuvole, situazione ideale per fotografare, ma la testa non c’è. 
Le scarpe erano ricoperte di fango per la pioggia caduta abbondantemente. “Giù la testa”, avrebbero urlato i nazisti, perché ai deportati non era consentito alzare lo sguardo…Giù la testa pure io, come loro… vedo riflessa in una pozzanghera l’immagine del cancello e contemporaneamente la tenue luce del sole proiettava, sullo sterrato del viale d’ingresso, l’immagine della scritta ARBEIT MACHT FREI. Ho pensato che solo così, i prigionieri avrebbero potuto leggere quell’infame scritta.

Ovunque posassi lo sguardo li rivedevo.

Intanto Marek è ritornato e con lui continuo il reportage… "Qui un tempo si viveva l'inferno" dice Marek. 
Mentre camminavamo tra i blocchi notavo gli sguardi di taluni, che rimanevano impassibili a quanto vedevano. Avevano paura. Se avessero potuto, avrebbero chiuso gli occhi e tappato le orecchie per non farsi trascinare “giù” dalle parole sussurrate dolorosamente dalle guide.
Le immagini che appaiono nelle stanze, nei corridoi, sono racconti di vita e di morte, di abiti, scarpe e protesi ammucchiati in enormi stanze. Immagini di bambole dalle espressioni statiche e senza tempo e di foto dei bambini sui quali venivano fatti gli esperimenti. Immagini di ritratti di donne private di ogni emozione, scheletri viventi. Immagini di celle, di muri per le fucilazioni, di camere a gas… Immagini di una montagna di capelli, di un’urna che custodisce cenere umana che ancora sta nei forni crematori. Immagini di volti di chi non c'è più. 
Difficile lavorare. Cammini e l'unica cosa che ti chiedi è come sia stato possibile!”…  Stringo la mia Nikon con rabbia, un dolore sordo proprio li nel mio petto mi attanaglia, un dolore che assomiglia agli occhi privati di anima dei prigionieri nelle foto appese lungo i corridoi dei blocchi. Ovunque posassi lo sguardo li rivedevo.

Esci dalle palazzine, scendi quei quattro gradini che ti separano dalla sterrato e vedi ancora tanto filo spinato... in un silenzio assordante.
Il tempo vola e ti colpisce da morire. 

Birkenau

Il giorno dopo, a piedi ci siamo recati al campo di Birkenau, dista 3k dal Auschwitz I. Lungo il percorso, Marek mi indica luoghi poco accessibili dove avrei potuto scattare foto interessanti. In Polonia i nazisti  poterono realmente sterminare migliaia di persone in questi luoghi, senza essere "disturbati" da nessuno, uccisero 1milione e 500mila persone. 
Arrivati davanti all’entrata del KL, ho chiesto a Marek di lasciarmi da solo. Volevo prendermi il tempo necessario per decontaminarmi da tutto e da tutti. I miei occhi dovevano abbracciare ciò che gli si proponeva davanti. 

Al di la dell'entrata

la linea ferroviaria fu prolungata all’interno del campo fino a una nuova banchina a tre binari. Io ero li al centro del binario e mentre cammino, sento, dalla vicina stazione di Oswiecim il classico rumore del treno sulle rotaie. Percorro quasi in punta di piedi la ferrovia. Il sole lentamente incomincia il suo tramonto, colorando tutto di un arancio denso, che diventa rosso rovente scivolando dolcemente sui i binari, catturando il mio sguardo …all’improvviso,  i nodi legnosi incastonati nelle traversine, appaiono come occhi…che ti guardano… in silenzio, occhi di chi avrebbe mille cose da dire, quelli che si tengono i ricordi stretti stretti nelle pupille. Gli occhi di chi, quel massacro, l’ha vissuto davvero. Di chi ha lottato. Lottato nonostante. Lottato lo stesso. Lottato comunque. Occhi senza trucco, senza vita. Occhi gelidi, stropicciati e stanchi. Sono gli occhi del coraggio, che han tra le pieghe la paura. Di fronte a questi occhi, i miei cadono a terra. Quel pomeriggio rimasi a Birkenau fino all’ora del crepuscolo. Come potrei dimenticare quello spettacolo, la terra illuminata dai colori del tramonto, le betulle scosse dal fruscio del vento… Ovunque mi giro ci sono barriere di filo spinato, costruzioni di legno e mattoni rossi rubati alle case dei contadini, distruzione… Birkenau non si insegna, non si impara. Birkenau si tocca.
 

Una consapevolezza che è giusto acquisire, nella vita.

Adesso tra quelle baracche, tra i forni crematori e le camere a gas, nei laboratori dei tanti dottor Mengele, divenuti negli anni un museo perché le nazioni ed i popoli non debbano dimenticare, aleggiano ribellione e rimorso.
Mai potremo capire il perché di questo orrore, ma capire che la storia può ripetersi, si. 
E vedere Auschwitz è l'unico modo per capire fino in fondo l'orrore che l'umanità può toccare. 

L'unico modo per percepire quanto fu realmente, è immergersi nel ricordo per diffonderlo... 
Visitare Auschwitz mi ha permesso anche di essere più consapevole del male che un uomo può fare, della sofferenza gratuita che un uomo può provare.
Andare ad Auschwitz, vedere con i propri occhi, toccare con mano il legno freddo dove le donne dovevano dormire prima di essere portate a morire è un’altra cosa.

Nei campi di sterminio ci si entra in punta di piedi, con il rispetto che si deve al genocidio, con la pietas che si deve ai morti.

Attraverso la fotografia, l’uomo contribuisce con il proprio punto di vista alla creazione della realtà esterna. Ha bisogno di costruirla, di raccontarla. La costruisce, però, mettendoci se stesso: la sua personalità, i suoi valori, il suo back round culturale, il suo carattere, il suo gusto estetico.
Un racconto visivo è “fatto bene” senza dubbio se c’è qualità nell’uso della tecnica, ma soprattutto quando è originale, sincero, appassionato, profondo, universale nella sua individualità. Emozionare e coinvolgere è ciò che decreta il successo di una storia. 
Spero con questo lavoro di esserci riuscito

Oswiecim

Non biasimo la tua paura di andare, ma non ti consiglierei mai di non farlo. Primo Levi